Voltaire (1694-1778),Trattato sulla tolleranza

Capitolo XXIII: « Preghiera a Dio »

Anno di pubblicazione originale: 1763
Editori Riuniti, Collana Il Milione, 2005
ISBN: 8835957001, p. 159

               Voltaire

       Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi: se è lecito che delle deboli creature, perse nell'immensità e impercettibili al resto dell'universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato, a te, i cui decreti sono e immutabili e eterni, degnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura.
       Fa' sì che questi errori non generino la nostra sventura.Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l'un l'altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda; fa' che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. Fa' sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te, insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati "uomini" non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione. Fa' in modo che coloro che accendono ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole; che coloro che coprono i loro abiti di una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera; che sia uguale adorarti in un gergo nato da una lingua morta o in uno più nuovo. Fa' che coloro il cui abito è tinto in rosso o in violetto, che dominano su una piccola parte di un piccolo mucchio di fango di questo mondo, e che posseggono qualche frammento arrotondato di un certo metallo, gioiscano senza inorgoglirsi di ciò che essi chiamano "grandezza" e "ricchezza", e che gli altri li guardino senza invidia: perché tu sai che in queste cose vane non c'è nulla da invidiare, niente di cui inorgoglirsi.
        Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli ! Abbiano in orrore la tirannia esercitata sulle anime, come odiano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell'attività pacifica ! Se sono inevitabili i flagelli della guerra, non odiamoci, non laceriamoci gli uni con gli altri nei periodi di pace, ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in mille lingue diverse, dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato questo istante.

Fonte : Libriantichionline


Letteratour, recensioni : Voltaire, Trattato sulla tolleranza


Biografia

       François-Marie Arouet più noto con lo pseudonimo di Voltaire (1694-1778) filosofo, scrittore e drammaturgo francese. E’ stato uno dei principali esponenti del movimento culturale dell’Illuminismo. Esiliato in Inghilterra nel 1726, qui scrisse “Lettere filosofiche” (o “Lettere sugli Inglesi”), in cui esprimeva le lodi per i principi civili di tolleranza politica e religiosa che vigevano in Inghilterra. Tale scritto gli costò un’ulteriore condanna all’esilio che lo portò a soggiornare in vari paesi europei. Durante il soggiorno presso il sovrano Federico II di Prussia scrisse “Il secolo di Luigi XIV” (1751), considerato uno dei più importanti fondamenti della cultura illuminista. Tra gli studi più importanti ricordiamo: Elementi della filosofia di Newton (1736), Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni (1756), Dizionario filosofico (1763). Tra gli scritti narrativo-filosofici: Zadig o il destino (1747), Micromega (1752), Candido e l’ottimismo (1759). Nel 1778, anno della sua morte, Voltaire tornò a Parigi dove fu solennemente ricevuto e dove rappresentò trionfalmente la sua ultima tragedia “Irene”.

Fonte : Letteratour